La Shell si richiude a riccio sul caso OPL245

La Shell si richiude a riccio sul presunto caso di corruzione OPL245

L’opera buffa dell’assemblea degli azionisti non poteva che andare in scena in un teatro, il Circustheater a due passi dal lungomare della capitale olandese l’Aia. In sala ci sono quasi 500 persone, una presenza così massiccia che richiedeva uno spazio adeguato. Sul palco invece degli attori è schierato tutto il consiglio d’amministrazione di una delle multinazionali più potenti del globo.

Calano le luci in sala e il presidente Charles Holliday e l’ad Ben van Beurden fanno subito la faccia cattiva, mettendo le mani avanti su un argomento alla Shell molto indigesto. “Non risponderemo a nessuna domanda sul presunto caso di corruzione per l’acquisizione del blocco petrolifero OPL 245 in Nigeria”. Il paravento del procedimento giudiziario milanese torna molto utile per evitare qualsiasi commento su un tema scottante – e su cui di recente Shell aveva dovuto fare delle prime, significative ammissioni (a differenza di Eni, l’altra grande “protagonista” della vicenda nigeriana: leggi l’articolo a questo link).

Però noi e i colleghi di Global Witness non ci arrendiamo, prendendola più alla lontana. Le nostre domande sono abbastanza generiche, menzionano sì la vicenda OPL 245, ma come “esempio” utile per chiedere delucidazioni sulle politiche anti-corruzione della Shell, sulle sue indagini interne e sulle valutazioni del rischio. Ma il muro di gomma, costruito con risposte rapide e sapientemente elusive, non si piega.

Tutt’altra musica, o faremmo meglio a dire tutt’altro atteggiamento, su una seconda questione “scomoda” per la oil corporation.

Presidente e amministratore delegato si impegnano infatti di buona lena a sbandierare ai quattro venti l’impegno di Shell contro i cambiamenti climatici. Un problema serio, che ha impatti globali. Ci fosse in sala Donald Trump, apostroferebbe come estremisti i due massimi esponenti di una delle principali oil corporation, anche perché un altro mantra è quello del “sostegno all’accordo di Parigi”, ovvero all’intesa raggiunta alla COP21 nel 2015 per ridurre le emissioni di CO2 e mantenere la febbre dei Pianeta entro i livelli di guardia (idealmente ben al di sotto di un aumento di due gradi rispetto ai livelli pre-industriali).

Pleonastico aggiungere che il Paris Agreement riscuote presso l’inquilino della Casa Bianca la stessa simpatia manifestata nei confronti di James Comey, l’ex capo dell’FBI “defenestrato” pochi giorni fa…

Insomma, bravi questi della Shell, finalmente hanno capito che i negazionisti del surriscaldamento globale sono dei cantaballe, spesso prezzolati. Certo, man mano che il duo Holliday-van Beurden entra dei dettagli l’operato dell’azienda le illusioni (se mai ce n’erano state) svaniscono. Sul fronte delle rinnovabili l’impegno non è così forte, tra macchine a idrogeno e impianti per la produzione di bio-carburante in Brasile ci sembra che si possa fare di più. Molto di più.

Anche le buone notizie celano il “trucco”. Nel Delta del Niger il gas flaring è stato ridotto del 35%, come chiedevano da anni le popolazioni locali, forti di leggi e sentenze mai troppo ascoltate dalla Shell. Piccolo dettaglio, non si brucia più tanto gas associato all’estrazione del petrolio perché la produzione è inferiore agli anni passati, causa terrorismo.

Quando inizia il fuoco di fila delle decine di azionisti critici, qualche crepa sul bel castello di parole eretto dalla Shell si inizia a notare, eccome. “Perché nel 2016 avete staccato assegni per 22 milioni di dollari in favore di organizzazioni di lobbisti che negano i cambiamenti climatici?”. Imbarazzo in sala. “Volevamo influenzare positivamente queste realtà”, la poco convicente risposta del board.

Ma il redde rationem si materializza sulla risoluzione di un gruppo di azionisti che chiedono alla compagnia di diventare carbon neutral (ovvero di azzerare il computo totale di emissioni di CO2) entro 10-15 anni. Tutti i nodi vengono tutti al pettine. Il consiglio d’amministrazione si dice “unanimemente contrario” alla risoluzione, perorata in sala dai uno dei proponenti, che alla fine del suo discorso incentrato sul pretendere obiettivi precisi e un impegno concreto nell’implementazione dell’accordo di Parigi da parte della Shell riceva applausi da una buona fetta dei presenti – alcuni si alzano addirittura in piedi in segno di grande apprezzamento.

Per la serie, una cosa è “sostenere” il Paris Agreement, altra applicarlo per davvero. Troppo complicato. E costoso.

Cala il sipario, i risultati delle votazioni sui vari punti in agenda si sapranno solo in giornata. Così nel pomeriggio apprenderemo che la mozione “ambientalista” non è passata. Certo, vedere così tanto impegno e presenza di azionisti critici e come la compagnia debba ormai confrontarsi costantemente con le istanze sollevate dalla società civile scalda il cuore. Una lezione da apprendere anche per noi italiani. Chissà come reagirebbe il board dell’Eni (azienda ancora per il 30% dello Stato) se invece dei “soliti” rompiscatole della Fondazione Finanza Etica o di Re:Common si ritrovasse di fronte decine di azionisti critici.

 

Fonte: Re:Common
Foto: By Catherine HammondOwn work, CC BY-SA 3.0, Link

Fa parte della raccolta

Clima e finanza