Droga e gioco: il riciclaggio delle mafie italiane passa da Malta

Droga e gioco: il riciclaggio delle mafia italiana passa da Malta

Haru Pharma Limited. Un nome come tanti nell’imponente registro delle aziende maltesi. La vetrina perfetta per nascondere il passato imbarazzante dei Calabrò, famiglia di narcotrafficanti della ‘ndrangheta, specializzata nel traffico di cocaina con i cartelli del Sud America. Un tempo protagonisti dell’Anonima sequestri, i Calabrò sono diventati in seguito trafficanti di droga, proprietari di una fortuna paroganabile a quella del cartello messicano El Chapo Guzman.

Come tutti i boss mafiosi a capo del narcotraffico europeo, i Calabrò sono originari del paese di San Luca, sulle pendici dell’Aspromonte. Il gusto degli affari di questi discreti abitanti, sempre in agguato, li ha spinti a scegliere Malta per nascondere le loro ricchezze personali.

Questa storia non è che una tra le decine che si raccolgono percorrendo, grazie ai Malta Files, la lista segreta degli italiani che hanno aperto una società nell’ex colonia britannica, nuova Panama nel cuore del Mediterraneo. Malta è un minuscolo paradiso fiscale vicino all’Italia dove per riciclare montagne di soldi provenienti da racket, estorsione e traffico di droga non c’è bisogno né di attraversare una dogana e nemmeno di prendere l’aereo. Qualche ora di navigazione da Pozzallo o Portopalo di Capo Passero, una valigia piena di soldi o anche semplicemente un bonifico bancario e il gioco è fatto. Milioni di euro vengono così investiti nell’economia locale e riciclati.

La forza di questo sistema risiede innanzitutto nella sua sicurezza. Malta è un paese membro dell’Unione europea: nessun controllo è previsto sui soldi che arrivano dall’Italia. Non c’è quindi bisogno di mettere in campo stratagemmi complicati: è sufficiente che le autorità locali non siano troppo zelanti. E visto il modo in cui vanno le cose finora, qualcuno a La Valletta deve aver chiuso gli occhi più di una volta sull’origine dei soldi che affluiscono sull’isola negli ultimi anni.

La sede sociale di Haru Pharma è a Balzan, a qualche chilometro dalla capitale maltese. Benché sia attiva da quattro anni, la società non ha mai presentato un bilancio. Non è possibile, quindi, conoscere né il suo patrimonio, né la sua attività economica. Solo alcune informazioni sono note. L’azionario unico è la Haru Pharma Holding Limited, registrata sull’isola di Saint Christopher e Nevis, un paradiso fiscale della corona britannica situato nei Caraibi, che garantisce un segreto assoluto. Conosciamo, tuttavia, il nome del direttore della società maltese: Sebastiano Calabrò.

È questo nome che permette di collegare l’anonima società maltese alla ‘ndrangheta. «Bastianeddu», come è soprannominato in famiglia, è infatti il rampollo di un importate gruppo mafioso costituito dalle famiglie Calabrò e romeo, entrambe arricchite in un primo momento con rapimenti e sequestri e poi grazie al traffico internazionale di cocaina.

Le condanne in serie di una alcuni boss, tra cui il padre di Sebastiano, non sembrano aver fermato l’attività del clan, tornato recentemente nel mirino dei magistrati antimafia per sospetto di riciclaggio di denaro. Secondo i magistrati italiani, una parte dei proventi del traffico di cocaina è stato usato dalle famiglia di San Luca per comprare uno dei più antichi negozi di Milano: la farmacia Caiazzo, fondata oltre un secolo fa nell’omonima piazza, vicina alla stazione Centrale. È la che lavorava Sebastiano Calabrò, trentenne dalla fedina penale immacolata, lo stesso che appariva in tribunale come direttore della Hamu Pharma Limited. La scoperta di questo nome permette, per la prima volta, di tracciare un legame preciso fra società offshore e persone legate ai potenti cartelli di San Luca.

Dalle farmacie ai giochi online, il business cambia, ma non l’origine dei soldi.

Il governo de La Valletta ha puntato molto su questo settore dei giochi, grazie a un regime fiscale a dir poco generoso. Questa volta è un clan mafioso di Reggio Calabria che domina la scena. Questo gruppo criminale è diventato il punto centrale dell’importante inchiesta sul riciclaggio di denaro chiamata «Gambling», inchiesta che ha portato al sequestro di due miliardi di euro, costituiti da società, denaro e beni immobili. Il volto noto di questo sistema è Mario Gennaro, 42 anni, «Mariolino» per gli amici.

Da quasi un anno questo boss si è pentito garantendosi una riduzione della pena a tre anni. Dice di essere stato mandato dalle più potenti gang di Reggio Calabria per investire denaro mafioso in siti di poker e scommesse online, un settore che, secondo il ministro per la competitività maltese, Emmanuel Mallia, vale 1,2 miliardi di euro, cioè il 12% del PIL dell’isola.

Un certo numero di persone partecipano quindi a questo business, in particolare commercialisti e avvocati, di cui alcuni particolarmente noti. La storia del clan che Gennaro rappresentava lo dimostra. Poteva contare sull’isola di una ventina di società. La sua banda si mascherava dietro il marchio Betuniq, proprietà del gruppo Uniq Group Limited. Azionista di quest’ultimo, così come di una società diretta da Gennaro, Gvm Holdings è una società fiduciaria controllata da David Gonzi, avvocato e figlio del ex primo ministro locale, Lawrence Gonzi. Un uomo indispensabile, questo Gonzi Junior: è presente anche in numerose altre società del gruppo mafioso. È la ragione per la quale i magistrati di Reggio Calabria lo stavano indagando, prima di inviare il dossier ai loro omologhi maltesi.

Da allora, è passato più di un anno. I precedenti negli archivi giudiziari lasciano pensare che la storia sia stata archiviata. Un’ipotesi probabile, che getta un’ombra sulle reali intenzioni della Valletta, a maggior ragione considerando che dai documenti dei Malta Files emergono altre società che erano scappate alla magistratura italiana. Ne emerge che il clan rappresentato da Gennaro è partner della Gvm Holdings di Gonzi, come nel caso di Global Promotions Holdings e di Mgame Holding Limited.

Una volta venuto a conoscenza dell’indagine, il figlio dell’ex primo ministro maltese ha spiegato che si era «limitato a possedere azioni per persone terze e a fornire servizi giuridici per le aziende». Una versione teoricamente credibile, visto che l’attività di Gvm Holdings consiste per l’appunto nel fornire assistenza legale e fiduciaria. Il caso Gonzi mostra tuttavia ciò che Malta è diventata in questi ultimi anni: un paese europeo nel quale avvocati e commercialisti propongono i propri servizi a ogni genere di persona, compresi i mafiosi.

Analizzando il registro delle imprese maltesi si scopre anche che la ‘ndrangheta fa ufficialmente affari con alcuni cittadini israeliani capaci, grazie a un software, di gonfiare i profitti realizzati dalla mafia calabrese con le slot machine e il poker online. È il caso di Ehud Goldschmidt, detto «Udi». Israeliano con passaporto tedesco residente a Lecco, Goldschmidt è stato citato dal nucleo antimafia di Reggio Calabria nel corso di un’inchiesta sul senatore Antonio Caridi, accusato di far parte dell’associazione calabrese. Ma cosa c’entra Goldschmidt con tutto questo?

In teoria e secondo i magistrati italiani, l’israeliano «è a completa disposizione del clan» Raso-Gullace, una delle famiglie più conosciute e più pericolose della ‘ndrangheta, basata a Gioia Tauro, non lontano dal porto in cui arriva gran parte della cocaina destinata all’Europa. Secondo i procuratori calabresi, Goldschmidt avrebbe «favotiro le attività imprenditoriali dell’associazione criminale, specialmente nel settore delle slot machine, grazie allo sviluppo di una piattaforma software per la gestione del gioco del poker online concepito in Israele e omologato in Italia».

In attesa di un possibile processo – Udi per il momento è soltanto indagato – i documenti Malta Files permettono di certificare il legame tra la ‘ndrangheta e l’uomo d’affari israeliano attraverso le aziende maltesi.

Risulta dal registro delle società che Goldschmidt è di fatto azionista di due aziende: Wantedplay Limited e Beproga Limited, marchi che condividono due caratteristiche particolari. Sono state entrambe fondate da Stefania Casati, moglie di Antonio Pronestì, lui stesso sotto indagine per affiliazione alla mafia con «Udi» e parente di Girolamo Raso, defunto boss del clan omonimo. Ed entrambe hanno come azionista Noam Bartov, tecnico informatico, anch’egli israeliano.

Ancora una volta ‘ndrangheta, droga e gioco d’azzardo. eppure questa volta non c’è nessun genio dell’informatica nella storia. conosciuto come «signor slot machine», il boss Nicola Femia ha deciso, dopo una condanna a 26 anni di prigione per mafia, di collaborare con la giustizia. Non ci sono tracce di lui nel registro maltese. Il nome di Francesco Orlandi, italiano residente a Londra, tuttavia, è ripetuto più volte. È stato per molti anni il presidente a Malta del Casinò di Venezia. Ora, è attraverso questa azienda che la figlia del boss Nicola Femia, anche lei condannata in primo grado per mafia, ha dichiarato di aver riciclato una parte della sua fortuna.

Legato al clan di Mazzaferro, che negli anni ’80 riusciva a far arrivare ogni due mesi 3.000 chili di cocaina dal Sud America, Famia è un nuovo tipo di boss che divide il suo tempo tra azienda, finanza e salotti dell’alta società. È capace di conquistare, grazie alla sua rete di società, la metà del mercato dei giochi online e delle slot machine, come ha raccontato lui stesso ai magistrati.

In un’inchiesta delle autorità di San Marino, sua figlia Guendalina è sospettata di aver riciclato una parte del denaro del padre. È in questo affare che il nome del clan viene associato per la prima volta a quello del Casinò di Venezia di Malta. Per difendersi dalle accuse, la figlia del boss ha affermato che gli 850.000 euro trasferiti dal suo conto di San Marino a una società cipriota servivano a finanziare «l’attività imprenditoriale esercitata a Malta e relativa al Casinò di Venezia», lo stesso che era diretto da Orlandi fino alla sua chiusura nel 2013. Il denaro di Femia è stato riciclato con l’approvazione di Orlandi?

Sarebbe un’ipotesi ancor più inquietante considerando che il Casinò appartiene per il 40% al Comune di Venezia, e quindi agli abitanti del capoluogo veneto. Dal registro maltese appare chiaro il ruolo di Orlandi, che era piccolo azionista di due imprese sull’isola. Una è la Casinò di Venezia; l’altra Sportalnet Limited, una società che si presenta come fornitrice di «software e sistemi innovativi per i giochi digitali» e appartenente all’International Trust Ltd., una fiduciaria maltese dietro la quale è impossibile sapere chi si nasconde.

Come le grandi aziende, le mafie collaborano se è necessario. Hanno quindi bisogno di uomini capaci di assicurare legami tra loro. L’uomo in questione, Antonio Padovani, di Catania, oggetto di un sequestro della guardia di finanza e considerato dagli inquirenti come vicino ai clan di cosa Nostra. Ma non solo. I magistrati di Napoli lo hanno descritto come l’imprenditore che fa da legame tra Camorra e Cosa Nostra per la gestione di sale bingo e slot machine, attraverso una joint-venture alla quale avrebbe partecipato anche la ‘ndrangheta di Mario Gennaro, come lui stesso ha raccontato ai magistrati. Si tratta, insomma, di una triade del crimine mafioso che ha fatto di Malta la sua base principale.

Una certezza per le tesi dei magistrati: i nomi di Patrizia Fazio e di Luigi Padovani, madre e figlio dell’imprenditore catanese, appaiono nel registro maltese come azionisti di Non Solo Bet Limited. Di cosa si occupa questa azienda? Ma di gioco online, ovviamente. Peccato che non sia possibile conoscere il volume d’affari dell’azienda: nonostante cinque anni di attività ufficiale, la società di Padovani non ha mai pubblicato bilanci.

Lo chiamano «Scimmia», ma gli riconoscono l’autorità di un capo.

Scimmia, il cui vero nome è Alfonso Diletto, è considerato il braccio destro del boss Nicolino Grande Aracri, un’istituzione della ‘ndrangheta emigrato in Emilia. È per questo che, lo scorso anno, Diletto è stato condannato a 14 anni di prigione in primo grado.

Assieme a lui è stato ritenuto colpevole anche Giovanni Vecchi. Questo imprenditore di Reggio Emilia è finito in prigione per aver permesso alla ‘ndrangheta di lavorare con lui. A capo della Save Group, Vecchi era infatti il proprietario di un piccolo impero nel settore delle costruzioni. Ha lavorato con grandi committenti, pubblici e privati, fra i quali il gruppo Caltagirone, e ha ottenuto un totale di mezzo miliardo di euro di contratti all’estero, in Europa dell’Est e Africa.

Secondo gli inquirenti, è per dividersi i proventi di questi contratti che Diletto e Vecchi hanno costituito una società insieme, la Save International, a partire dal 2013, nominando poco dopo come direttore dell’azienda Artur Azzopardi, membro di un importante studio di avvocati maltese. Un professionista stimato al servizio di un boss mafioso, come nel caso del figlio dell’ex primo ministro Gonzi e delle società dell’altro boss calabrese Mario Gennaro.

Dov’è finito il tesoro di Gomorra?

Dove è sparito il denaro accumulato dai Cassalesi in anni di attività criminale? Nel 2005 i magistrati antimafia di Napoli pensavano di essere vicini alla soluzione. Avevano identificato un italiano, residente a Malta, che frequentava assiduamente i casinò più famosi dell’isola e in contatto costante con gli uomini di Nicola Schiavone, il figlio del boss Francesco detto «Sandokan».

I carabinieri avevano documentato i viaggi di questa persona in Italia per incontrare emissari del boss. L’obiettivo del clan dei Casalesi era di investire a Malta una parte del loro tesoro attraverso imprenditori fidati tra cui, scrivono gli inquirenti, Bruno Tucci, originario della provincia di Frosinone, ma residente da tempo sull’isola.

Secondo gli stessi inquirenti le intenzioni dei Casalesi erano di aprire lì delle discoteche, dei ristoranti, delle società di gioco. Volendo seguire la rete finanziaria per bloccare il riciclaggio, i magistrati hanno inviato una rogatoria alle autorità de La Valletta. Peccato che la risposta tardiva non sia stata esauriente. Così oggi non ci sono più tracce ufficiali del tesoro nascosto di Gomorra. Tucci è sicuramente ancora attivo sull’isola. Come dimostrano i Malta Files, Tucci è azionista di due società: MBT Services Limited, fondata nel 1996, e Genergia Ltd, creata nel 2010. Nessuna delle due ha mai pubblicato un bilancio. Ma a Malta, evidentemente, non è un problema.

 

Fonte: Mediapart

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