COP23: le negoziazioni sul clima sono ancora sotto l’influenza dei grandi inquinatori?

COP23 negoziazioni sul clima Bonn

L’azienda petrolifera spagnola Iberdrola, il costruttore di automobili tedesco BMW, e qualcun altro come BNP Paribas, KPMG, Microsoft e la lobby dell’etanolo. Sono i (discreti) partner ufficiali della COP23 in corso a Bonn. Significa che le industrie più inquinanti, in particolare quelle delle energie fossili, sarebbero ancora una volta in condizione di pesare sui negoziati sul clima per proteggere i loro interessi? Un rapporto pubblicato da un gruppo di ONG internazionali –  Corporate Accountability International, Corporate Europe Observatory, ActionAid, Asian Peoples’ Movement on Debt and Development – ricorda come queste industrie sono riuscite fin dall’inizio delle COP a ostacolare dei veri avanzamenti nella lotta contro il cambiamento climatico. Sia direttamente, sia facendo in modo che le loro “soluzioni” fossero privilegiate.

Questa influenza si è fatta sentire fin dalle negoziazioni sul protocollo di Kyoto, sottolinea il rapporto. Questo primo accordo internazionale contro il cambiamento climatico è stato firmato alla fine degli anni ’90. «Durante le negoziazioni del protocollo di Kyoto, gli Stati Uniti e i grandi inquinatori si sono dati una scappatoia insistendo per includere nel protocollo un “meccanismo flessibile” di commercio delle emissioni di gas serra, che autorizza i paesi del nord a scambiare tra loro, a comprare e vendere le proprie obbligazioni di riduzione delle emissioni». Cosa che ha dato il via a un “mercato del carbonio: si dà alle emissioni di CO2 un prezzo, poi i paesi inquinanti o le multinazionali che vogliono rispettare i loro impegni di riduzione di gas serra possono acquistare dei crediti a coloro che hanno fatto di più per ridurre le loro emissioni… Nel caso del mercato del carbonio europeo, questo meccanismo è stato ulteriormente alterato dal rilascio massiccio di “permessi di emissione” alle industrie del continente.

Renault, ArcelorMittal, Engie come sponsor delle negoziazioni sul clima

Oltre a essere direttamente riferiti da alcuni Stati, gli interessi delle multinazionali più inquinanti sono sostenuti attraverso la loro sponsorizzazione delle conferenze sul clima. A Durban, nel 2011, alla COP17, «le aziende avevano la possibilità di finanziare concerti jazz, cene di gala. Il gigante minerario Anglo American ha finanziato numerosi eventi chiave della conferenza, come la cerimonia di apertura», ricordano le ONG. «Casualmente, un progetto di miniera di questa azienda è stato il solo che ha ricevuto l’approvazione ufficiale della conferenza delle Nazioni Unite sul clima», nota ancora il rapporto.

Alla COP19 di Varsavia, nel 2013, lo stadio di calcio diventato centro per conferenze «era coperto di loghi di aziende, tra cui PGE e LOTOS, due aziende del carbone e del petrolio il cui proprietario di maggioranza è lo stato polacco». PGE sfrutta due grandi miniere di lignite e più di 40 centrali elettriche, tra cui quella di Belchatow, la più consistente fonte di emissioni di CO2 in Europa. Tra i principali sponsor della Conferenza di Varsavia si trovava anche il gigante dell’acciaio e della siderurgia ArcelorMittal, sebbene il settore della siderurgia rappresenti circa il 7% delle emissioni di gas a effetto serra nel mondo. ArcelorMittal aveva costruito gratuitamente la cupola in acciaio della hall della conferenza, PGE aveva fornito le penne e i bloc-notes, Opel e BMW avevano messo a disposizione delle automobili…

La COP21 di Parigi, nel 2015, si è inscritta nel solco della continuità con le precedenti, con una lista di sponsor che comprende numerosi grandi inquinatori, come Engie, EDF o Renault. E lo stesso vale per la COP22 tenutasi a Marrakech nel 2016. Oltre ad assicurare loro una presenza all’interno stesso della COP, questi accordi di sponsorizzazione offrono sempre più alle multinazionali un modo di fare promozione ai loro prodotti sedicenti “verdi”.

COP23 sponsor negoziazioni sul clima Bonn

Le pressioni delle aziende per conservare il mercato del carbonio

Un coinvolgimento così grande delle aziende nelle negoziazioni sul clima ha per forza un’influenza su ciò che ne esce. Così, «all’undicesima ora di negoziazioni sull’accordo di Parigi, gli Stati Uniti e l’Unione europea hanno aiutato a imporre un accordo dell’ultimo minuto sulla negoziazione dell’articolo 6 dell’accordo», ricorda il rapporto. L’articolo 6, nel suo paragrafo 4, conferma il privilegio derivato dal meccanismo del mercato del carbonio, che era stato tuttavia molto criticato. «Alcuni individui e delle organizzazioni che rappresentano gli interessi delle aziende, e non dell’umanità, si sono aperti un cammino fino agli uffici in cui i governi erano impegnati a negoziare questo articolo 6», sottolineano le ONG.

L’attività di lobbying in favore del mercato del carbonio si esercita in particolare attraverso l’International Emissions Trading Association (IETA), l’associazione internazionale per lo scambio di diritti alle emissioni, creata nel 1999 per essere «la voce ascoltata del business sulle soluzioni climatiche supportate dal mercato». L’associazione conta tra i suoi membri aziende come BP, Rio Tinto, Chevron, Veolia, Statoil e Total… «Persone strettamente legate a questa associazione negoziano, a nome dei governi, al tavolo delle conferenza sul clima» indica il rapporto. Per esempio, l’attuale negoziatore della delegazione ufficiale di Panama è membro della direzione dell’IETA e ne è stato presidente per quasi otto anni. «La sua posizione di delegato di uno Stato è un privilegio che gli ha permesso di assistere da molto vicino alle negoziazioni dell’articolo 6».

Cosa bisogna fare, quindi, per lottare contro questa influenza delle aziende più inquinanti sulle negoziazioni sul clima, quando la posta in gioco diventa sempre più urgente alla luce della moltiplicazione di eventi climatici estremi? «È tempo di mostrare la porta ai grandi inquinatori» rispondono semplicemente le ONG. «Farla finita con il sistema di sponsorizzazione delle conferenza sul clima da parte delle aziende è un primo passo concreto per impedire al settore delle energie fossili di far valere i propri interessi nelle politiche climatiche a livello nazionale e internazionale». E perché non escludere completamente i rappresentanti dei grandi inquinatori dalle negoziazioni sul clima, come l’Organizzazione mondiale della sanità ha finito per fare con le industrie del tabacco?

 

Tradotto dal francese.

 

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Clima e finanza