#bassafinanza 24: la pietra filosofale

Una veduta di Santorini

La pietra filosofale, si legge nei trattati degli alchimisti, sarebbe capace di risanare la corruzione della materia. E quindi guarirebbe tutte le malattie conferendo l’immortalità, farebbe acquisire l’onniscienza e trasformerebbe in oro i metalli vili. Non c’è quindi augurio migliore da parte nostra, per l’anno che sta arrivando, che quello di trovare la vostra piccola, personale pietra filosofale tascabile.

Nel mondo finanziario ci hanno provato in molti a costruirla. Dappertutto sono fioriti (e continuano a fiorire) strumenti finanziari che promettono rendimenti smisurati o permettono di trasformare perdite in guadagni. In tanti sono finiti davanti a un giudice ma pochissimi sono stati condannati. Michele Faissola, un tempo a capo dell’unità global rates di Deutsche Bank, è attualmente sotto processo a Milano, per presunta manipolazione del mercato, assieme ad altri cinque ex dirigenti delle banca tedesca a causa del famigerato derivato Santorini: una delle più straordinarie pietre filosofali che siano mai state concepite. Nel dicembre del 2008, in piena crisi finanziaria, avrebbe permesso al Monte dei Paschi di Siena di neutralizzare un buco di bilancio per 367 milioni di euro, generato da un altro derivato, venduto sempre da Deutsche Bank. In pratica la costruzione Santorini faceva vincere subito al Monte 364,1 milioni di euro con cui chiudere il buco, prevenendo il collasso della banca e spalmava le perdite a rilascio continuo e graduale negli anni seguenti. Per questa soluzione miracolosa la banca tedesca ha incassato ben 60 milioni di euro di commissioni, tutte girate al dipartimento allora guidato da Michele Faissola. Nel 2008 Monte dei Paschi si è salvata dalla catastrofe, che è stata però rimandata, di anno in anno, fino al luglio del 2017. Quando è dovuto intervenire lo Stato, e cioè noi pagatori di tasse, sganciando un totale di 5,4 miliardi di euro, necessari per coprire un buco 14 volte più grande di quello originario, coperto nel 2008 dal mostro Santorini. Il vero augurio per il 2018 è che su questa vergognosa vicenda si faccia chiarezza e, se possibile, giustizia.

La colonna sonora di questa puntata non può essere che questa:


Dal 2013 al gennaio 2015, i contenuti riservati delle discussioni sulle normative fiscali in seno al governo italiano sarebbero stati rivelati al colosso della consulenza legale tributaria Ernst & Young (E&Y) da Susanna Masi, un’ex professionista del gruppo entrata a fine 2012 nella segreteria tecnica del sottosegretario all’Economia. Il tutto in cambio di un compenso di almeno 220.000 euro. Lo sostiene la procura di Milano, che sta indagando su ipotesi di corruzione e rivelazione di segreti d’ufficio. In base a quanto riportato dalla Süddeutsche Zeitung, e rilanciato dal parlamentare verde Sven Giegold, Masi avrebbe passato anche informazioni sulla politica fiscale europea e sugli sforzi comuni, poi falliti, per l’introduzione di una tassa sulle transazioni finanziarie.


Le grandi banche sistemiche europee fanno a gara per dire che si stanno liberando dai finanziamenti al carbone, per diventare a zero emissioni ed essere in linea con gli obiettivi di Parigi e compagnia cantante. Senza dubbio è un argomento che tira. Quindi perché non cavalcarlo? Poi però ci si accorge che il carbone è invece sempre più presente nei bilanci e che i grandi spot sulle “emissioni zero” sono molto spesso solo delle grandi balle. Come ha evidenziato un rapporto pubblicato l’11 dicembre da BankTrack: nel 2016 nove tra le più importanti banche europee hanno aumentato (e non diminuito, come spesso si legge) i propri finanziamenti a chi sviluppa impianti a carbone rispetto al 2015.


Lo stesso vale per le sabbie bituminose, o tar sands: il petrolio più sporco che esista. Ha costi di estrazione esagerati, un’intensità di produzione di gas serra fuori dal comune, seri impatti ambientali e sociali sulle popolazioni indigene locali e, soprattutto, ha alternative, fossili e rinnovabili, molto meno costose. Eppure, le 33 banche analizzate da un rapporto di Rainforest Action Network, BankTrack, Re:Common e Urgewald, pubblicato il 1° novembre, hanno finanziato l’estrazione di petrolio da sabbie bituminose per un totale di 32 miliardi di dollari solo nel 2017. Le cinque banche europee maggiormente coinvolte in questi finanziamenti disastrosi per l’ambiente sono Barclays, HSBC, Deutsche Bank, BNP Paribas e Crédit Suisse.


Le porte girevoli tra finanza e politica sono un tema caro a questa rubrica. Ex ministri delle finanze o commissari europei che, a un certo punto della loro carriera, cambiano casacca e passano in forza alle grandi banche non sono, purtroppo, una rarità. Qui si parla invece di funzionari della Banca d’Italia che sono passati a lavorare per le banche che, per anni, hanno vigilato. È emerso dai lavori della commissione di inchiesta sulla banche, presieduta da Pierferdy Casini. I funzionari citati sono tre: Giannandrea Falchi, Luigi Amore e Mario Sommella. Falchi, in particolare, è stato capo della segreteria della Banca d’Italia sotto Mario Draghi. Nel settembre del 2013 è diventato consigliere per le relazioni istituzionali e internazionali della Banca Popolare di Vicenza fino alla fine del 2015.


Negli ultimi anni i prezzi dei diamanti presso i due principali broker, che controllano il 70% del giro d’affari italiano, «hanno continuato a crescere al di fuori di qualsiasi rapporto con i prezzi di mercato, sino a livelli da bolla», scrive Nicola Borzi sul Sole 24 Ore, autore di una serie di inchieste sul tema. I risparmiatori italiani hanno investito in diamanti circa mezzo miliardo di euro solo nel 2016. Stiamo parlando di un «bene rifugio durevole per eccellenza, facile da trasportare (e da nascondere al fisco)». I prezzi continuavano magicamente a salire ma poi, nel 2017, il meccanismo si è inceppato. A febbraio la Consob ha finalmente iniziato a fare delle verifiche mentre la procura di Milano indaga per truffa: a giugno ha perquisito cinque delle numerose banche che hanno collaborato ai collocamenti, incassando commissioni per valori arrivati sino al 20% del prezzo pagato dai risparmiatori. Si tratta di Intesa Sanpaolo, Banco Bpm, Unicredit, Mps e Popolare di Bari. Le indagini sono tuttora in corso.

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