#bassafinanza 22: l’autostrada è una serpe che striscia

must be a bank

Leggerete questa rubrica incolonnati sull’A1, scrollando sullo smartphone o il tablet, magari ad alta voce per distrarre i bambini. «Quando arriviamo? Quanto manca?». Manca poco, manca poco. Siamo quasi arrivati. Anzi, non arriveremo mai, ci troviamo in una coda permanente. Invecchieremo in coda e poi un giorno, sull’A1, ci sarà concessa un’onorata sepoltura. Zitti adesso che ascoltiamo Isoradio. «Coda sull’intero tracciato dell’A1, da Milano a Napoli, incidente al chilometro 244 in prossimità di Roncobilaccio. E ora trasmettiamo la discografia completa di Biagio Antonacci». Uno scenario da incubo. Come se ci dicessero, un giorno, che il prodotto interno lordo non crescerà mai più sopra il 2%, il debito pubblico non si ridurrà, che il fiscal compact, i vincoli europei, l’austerity erano solo un grande scherzo: la crisi è perenne, fisiologica, naturale, è impossibile uscirne, la crisi è la nuova dimensione dell’esistenza, almeno di quella del 99% degli esseri umani che popolano il pianeta blu. Prima che arrivassero gli incendi e la siccità, con le minacce di razionamento dell’acqua nell’Europa del sud e le lunghe piogge e il freddo anomalo nei Paesi del nord, lo Stato italiano ha salvato due banche, anche se le nuove normative europee in realtà lo vieterebbero. Ma è uno scherzo, l’abbiamo detto. Se poi non ce la si fa con il fiscal compact si potrà sforare: uno 0,3% sugli investimenti, uno 0,5% sulle riforme strutturali e un bel 0,2% per la gestione dell’emergenza migranti. Come l’anno scorso. Anzi, con i migranti si può pure rilanciare, via diciamo lo 0,4% che ne stanno arrivando molti di più del previsto. Un cerotto da una parte e una toppa dall’altra e si tira avanti il baraccone per un altro annetto. Poi un altro e un altro ancora. E ancora un altro. Sempre in coda, sempre fermi. Nei secoli dei secoli. Amen.

La colonna sonora di questa puntata non poteva essere che questa:


Il nostro amico Sven Giegold, parlamentare dei Verdi tedeschi a Bruxelles e vero Savonarola della finanza, se l’è un po’ presa per il salvataggio pubblico di Veneto Banca e Popolare di Vicenza: «le regole europee e il principio di bail-in sono state calpestate vergognosamente!», ha tuonato Sven. «Al posto degli investitori a pagare saranno di nuovo i cittadini». E ha ragione. Come riportato da Reuters, Giegold, che ha contribuito alla stesura della legge sul bail-in delle banche per porre fine alla privatizzazione dei profitti e alla socializzazione delle perdite, ha chiesto che sia fatta un’inchiesta parlamentare sulla trasgressione della norma e ha attaccato la Commissione Europea, che ha dato il via libera allo schema di salvataggio à l’italienne.

 

Visto che siete in coda e non vi passa più, eccovi una notizia che spezza la monotonia e la tradizionale gravitas di questa rubrica compassata. Assaltare gli sportelli bancomat con la maschera di Donald Trump non è da tutti. Soprattutto se lo si fa citando con consapevolezza il film “The Jackal”, che cita a sua volta la pellicola “Il giorno dello sciacallo” tratta dal romanzo omonimo di Frederick Forsyth. In “The Jackal” il protagonista (Bruce Willis) cambia anche colore alla sua auto perché braccato dalla polizia. Lo stesso hanno fatto i fratelli Laforè di Torino. Ma non è bastato. Dopo aver messo a segno una decina di colpi ora sono dietro le sbarre.

 

Ogni nerd della finanza che si rispetti non può vivere senza la rubrica Alphaville del Financial Times. Un blog che scende nei dettagli fino a risultare spesso incomprensibile ai non iniziati. Ma siccome il diavolo si nasconde molto spesso proprio nei dettagli, eccovi un pezzo pubblicato da Alphaville scritto nientemeno che da Marcello Minenna, direttore del dipartimento analisi quantitative della nostra Consob (autorità di vigilanza dei mercati finanziari) ed ex assessore al bilancio del Comune di Roma (per sette settimane nella prima giunta Raggi). Che dice Minenna? Che le regole MREL (requisito minimo di fondi propri e altre passività soggette a bail-in nelle banche) saranno un duro colpo per le banche europee ma soprattutto per quelle italiane, che non hanno abbastanza obbligazioni subordinate pronte ad assorbire le perdite in caso di bail-in. E quindi dovranno emetterne di nuove, per un valore tra i 79 e i 111 miliardi di euro. A tassi elevati per le banche, visti i rischi del sistema bancario nazionale. E con il rischio concreto che nessuno le voglia comprare.

 

Nel novembre del 2008, nel bel mezzo della tempesta finanziaria internazionale, la banca britannica Barclays si è fatta aiutare dal fondo sovrano del Qatar e della famiglia reale di Abu Dhabi per scongiurare la nazionalizzazione da parte del governo britannico. In tutto gli investitori medio-orientali iniettarono nelle casse della banca 7 miliardi di sterline. Per anni si è sospettato che i soldi dal Qatar fossero arrivati in cambio di non meglio precisate “commissioni” per 322 milioni di sterline versate da Barclays a funzionari qatarioti e di un prestito, da 3 miliardi di dollari, che sarebbe servito per acquistare le azioni della banca. Dopo nove anni quattro ex top manager di Barclays sono stati rinviati a giudizio per frode. Il processo inizierà nel gennaio del 2019.

 

Il DAPL è l’oleodotto che Trump vuole far passare per le terre sacre dei Sioux. È finanziato da una serie di banche tra cui Banca Intesa Sanpaolo. Dopo le continue proteste degli ambientalisti e degli stessi indiani nativi, ora le banche dicono la loro. In una lettera, firmata anche da Banca Intesa, chiedono di cambiare gli “Equator Principles” (i principi volontari da adottare in caso di finanziamento di grandi infrastrutture) e renderli più stringenti per i progetti in Paesi ad alto reddito (come gli USA), in modo da evitare che le banche siano “aspramente e pubblicamente criticate” perché non chiedono il consenso alle popolazioni indigene (non previsto dagli Equator Principles). È come se Intesa & Co. dicessero: la colpa del DAPL non è nostra ma delle linee guida, che non sono abbastanza severe. Se fossero state più severe avremmo chiesto il consenso libero, preventivo e informato (FPIC) agli indiani. Ma non potevano chiederlo lo stesso visto che gli Equator Principles alla fine sono solo linee di condotta volontarie?

 

 

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