Finanza sostenibile: passi in avanti, ma bisogna cambiare approccio

Finanza sostenibile: passi in avanti, ma bisogna cambiare approccio

È stato presentato nei giorni scorsi il “Rapporto del Dialogo Nazionale dell’Italia per la finanza sostenibile”. Un’iniziativa promossa dall’UNEP (il programma ambientale dell’ONU) in collaborazione con Banca d’Italia, ministero delle finanze e ministero dell’ambiente, per discutere di come “finanziare il futuro” e quindi di come la finanza debba affrontare le sfide ambientali.

Nel rapporto viene evidenziata la necessità di regole per il sistema finanziario, così come la possibilità di usare la leva fiscale per indirizzare gli investimenti verso settori più “verdi”. Perché tali investimenti oggi non si realizzano, o si realizzano in maniera insufficiente? Come riconosce lo stesso rapporto, uno dei limiti maggiori è l’orizzonte di brevissimo termine della finanza. Gran parte delle imprese hanno come faro la massimizzazione del valore delle azioni e la loro quotazione giorno per giorno, e non obiettivi di lungo periodo e nell’interesse dell’insieme della società. Una logica di breve respiro e di massimo profitto nel minore tempo possibile che non può conciliarsi con le necessità ambientali del pianeta. Questo è vero a maggior ragione perché gli impatti ambientali sono delle “esternalità”, ovvero non vengono considerati nell’ambito di un investimento finanziario. Il curatore del rapporto UNEP per la Svizzera ha riassunto il concetto affermando che se sei azionista di un’impresa dovresti anche essere ritenuto proprietario delle emissioni e dell’inquinamento che questa produce.

I limiti del Rapporto del Dialogo Nazionale dell’Italia per la finanza sostenibile

Se molte problematiche sono considerate correttamente, il limite maggiore che sembra emergere dal rapporto è culturale: un approccio che valuta le questioni ambientali come uno dei parametri da valutare nell’ambito di un investimento finanziario. Come se l’ambiente non fosse un problema in sé, ma da considerare unicamente per i rischi che pone a banche e finanza. Nel riassunto che apre il rapporto stesso si legge che «le minacce ambientali quali i cambiamenti climatici e la scarsità d’acqua creano dei rischi per gli asset finanziari». Diversi interventi, nel corso della presentazione, hanno insistito sul fatto che è necessario occuparsi di ambiente perché i cambiamenti climatici possono avere pesanti conseguenze sul sistema economico e finanziario.

Se è giusto essere pragmatici, è però necessario quanto urgente un cambio di paradigma, vista la gravità della situazione climatica ricordata dal rapporto stesso: il problema è parlare dei rischi ambientali per il sistema finanziario, o all’opposto valutare le minacce che questa finanza pone all’ambiente? La sfida è fare si che si possano generare opportunità di investimento e profitto dai cambiamenti climatici o all’opposto fare si che la finanza sia una parte della soluzione?

A vedere il bicchiere mezzo pieno si potrebbe quindi dire “eppur si muove”: ambiente e finanza si parlano, vengono identificati i problemi e poste le basi per cercare delle soluzioni. Molto, moltissimo rimane però da fare, prima ancora che dal punto di vista tecnico, da quello culturale, per smettere di vedere la finanza come il centro del mondo e un fine in sé stesso, e riportarla a essere uno strumento.

Un necessario ribaltamento del punto di vista che compare, quasi a sorpresa, unicamente nelle conclusioni, in cui ad esempio si esplicita non solo un possibile ruolo attivo nell’investire in settori innovativi, ma anche la possibilità di disinvestire da quelli più inquinanti. Ancora, è nelle conclusioni che finalmente si menziona un possibile cambio di approccio e «un profondo ripensamento dello scopo della finanza e del settore finanziario e la nascita della determinazione di dovere mettere la finanza al servizio di obiettivi più alti». Speriamo che da questo dialogo promosso dall’UNEP si possano trarre non solo nuove idee di investimento, ma soprattutto degli insegnamenti in questa direzione.

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Clima e finanza