All’assemblea di Finmeccanica per dire che le armi sono anche un pessimo affare

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Giovedì 28 aprile dalle ore 10.30 segui la diretta Twitter dell’intervento della Fondazione Culturale di Banca Etica con l’hashtag #FinmeccanicaAGM e seguendo l’account @FcreFondazione


In principio c’è una legge e la legge si chiama 185/90 ed è ancora la migliore al mondo sul controllo dell’esportazione, importazione e transito di armi. L’abbiamo fatta noi italiani, chi l’avrebbe mai detto? Noi che siamo sempre in fondo alle classifiche, che di solito hanno ai primi posti Paesi freddi e nebbiosi. Ma se esistesse una classifica delle leggi più rigorose per quanto riguarda gli armamenti, saremmo primi. Perché in Italia i movimenti pacifisti hanno sempre fatto sul serio e alla fine qualcuno, lassù, li ha dovuti ascoltare.

La 185/90 fa anche parte, da sempre, del codice genetico di Banca Etica e con essa la famigerata lista delle “banche armate”, che ha spinto decine di migliaia di cittadini a scrivere alle proprie banche, chiedendo informazioni sull’uso che veniva fatto del denaro che avevano depositato. Dal 9 marzo del 1999 ad oggi molti di questi cittadini hanno spostato i loro conti in Banca Etica, l’unica banca che non sarà mai “armata”, perché per Statuto non può dare soldi o aprire conti correnti a chi fabbrica ed esporta armi.

Con gli anni, però, la legge più bella del mondo è stata rabberciata e calpestata più volte. Solo per fare un esempio, l’articolo 1, 3° comma è rimasto lettera morta: “Il Governo predispone misure idonee ad assecondare la graduale differenziazione produttiva e la conversione a fini civili delle industrie nel settore della difesa”. Un bel comma, niente da dire. Chi ce l’ha un comma così? Peccato che abbia solo un ruolo decorativo.

Finmeccanica, il principale produttore italiano di armamenti, è controllato al 30,2% dal governo italiano. Negli ultimi 25 anni, se si fosse applicata la legge, avrebbe dovuto convertire il suo sistema di produzione: dai bombardieri agli aerei di linea, dagli elicotteri d’attacco a quelli commerciali o per il soccorso stradale e alpino. E via di questo passo.

E invece è successo il contrario, a partire dai primi anni duemila Finmeccanica si è progressivamente liberata di una serie di comparti civili ritenuti non strategici: l’automazione industriale, la robotica, la microelettronica, l’energia e, recentemente, il trasporto ferroviario. Come evidenziano i bilanci della società, ancora nel 2013 il fatturato prodotto dalle attività in campo civile era pari al 50,4% del totale. A fine 2015 siamo scesi al 35% mentre il fatturato da forniture militari è salito dal 49,6% del 2013 al 65% di fine 2015.

La Rete Italiana per il Disarmo denuncia da sempre lo sbilanciamento di Finmeccanica verso la produzione militare. All’inizio del 2016 ci ha proposto di comprare qualche azione del colosso degli armamenti, il minimo indispensabile per poter entrare all’assemblea degli azionisti a fare domande ed esigere risposte. La Fondazione di Banca Etica, che già dal 2008 è azionista critico di Eni ed Enel, ne ha comprate tre, spendendo più o meno 30 euro. Rete Disarmo e sindacati, ci hanno aiutato a mettere insieme documenti e statistiche. Abbiamo inviato venti domande prima dell’assemblea (a cui l’impresa dovrà rispondere per iscritto entro oggi, 28 aprile) e ne faremo altre due in diretta al Consiglio di Amministrazione.

Chiederemo il perché di questa infatuazione per le armi. E siccome in assemblea i buoni sentimenti non bastano, parleremo anche di soldi, in particolare di quelli che Finmeccanica perde non sviluppando come dovrebbe la produzione civile. Per esempio nel settore aeronautico.

In base ai dati pubblicati da ASD, l’associazione dei produttori europei del settore difesa, i ricavi del settore aeronautico civile sono aumentati del 55,93% negli ultimi sei anni, mentre nello stesso periodo l’aeronautica militare, su cui punta sempre di più Finmeccanica, è cresciuta solo del 19,5%. Anche i numeri relativi all’occupazione danno ragione alla produzione civile. Sempre secondo ASD, dal 1980 al 2014 i posti di lavoro nel settore aerospaziale civile sono cresciuti di 185.000 unità (+94%), mentre nel settore aerospaziale militare se ne sono persi 191.500 (-50%).

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Che senso ha, quindi, continuare a investire soldi pubblici in attività che potrebbero rendere meglio, produrre occupazione e avere un impatto positivo sulla società? Oggi lo chiederemo a Finmeccanica ma, come succede per Eni ed Enel, la risposta finale vorremmo averla dal principale azionista: il governo italiano. 

Peccato che i suoi interventi alle assemblee delle partecipate pubbliche durino poco più di venti secondi. Il tempo di dire complimenti, avanti così, grazie del dividendo e saluti a tutti gli illustri convitati.


Giovedì 28 aprile dalle ore 10.30 segui la diretta Twitter dell’intervento della Fondazione Culturale di Banca Etica con l’hashtag #FinmeccanicaAGM e seguendo l’account @FcreFondazione


Foto: SuperJet International [CC BY-SA 2.0], via Wikimedia Commons

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